La sindrome di Breaking Bad

Sindrome di Breaking Bad.

Breaking Bad è una delle serie televisive più popolari degli ultimi anni, i cui fan di tutto il mondo sono delusi dal fatto che sia definitivamente terminata. Il protagonista della pluripremiata serie americana, il professore di chimica Walter White, decide di dedicarsi alla produzione clandestina di droga, una metanfetamina di elevata purezza, per assicurare il futuro economico della sua famiglia dopo che gli viene diagnosticato un cancro.

Nessuna polemica sull’utilizzo delle droghe e la loro illegalità. La “sindrome di Breaking Bad” riguarda infatti una condizione psicologica definita da alcuni personaggi della famosa serie tv. Perchè un assassino o uno stupratore commette atti di violenza? La prima cosa che di solito si pensa è che queste persone agiscano spinte dagli istinti umani più bassi, per mancanza di morale. Ma questo sembra essere un errore e secondo uno studio la risposta potrebbe essere contraria. Infatti i ricercatori Alan Page Fiske e Tage Shakti Rai, specialisti in antropologia e psicologia sociale, sostengono una teoria differente: gli atti di violenza rispondono all’impulso di fare del bene. Sembra assurdo e non si tratta di giustificare questi atti, ma di comprenderne meglio l’origine.

Secondo gli studiosi, quando una persona ne attacca un’altra può farlo mosso dalla volontà che paghi per qualcosa di male che ha commesso. Si può anche voler insegnare una lezione o modificare un comportamento attraverso la violenza e la persona che lo fa crede che sia l’unico modo. Dopo aver analizzato centinaia di interviste con criminali violenti, sono giunti alla conclusione che non solo per loro si tratta di atti giustificati, ma nella maggior parte dei casi un reale autoconvincimento che le azioni compiute fossere anche necessarie. I ricercatori vogliono insistere però su una cosa: questo studio non cerca di giustificare la violenza, ma solo di chiarire quali motivazioni spingono a questi comportamenti. Esistono però delle eccezioni, persone che non hanno delle motivazioni virtuose per i loro atti violenti, ma costituiscono solo una piccolissima percentuale: gli psicopatici, con una chiara vocazione per fare del male e per il danno.

Gli esempi a noi più familiari, presenti nel libro “Virtuous Violence” che raccoglie tutto lo studio, riguardano i casi di maltrattamenti verso i bambini e le violenze coniugali. L’uso della violenza per riparare a presunti torti è stato onnipresente nel corso della storia, sottolineano, citando i roghi delle streghe, le uccisioni per adulterio e i suicidi d’onore da chi credeva di aver fallito nel proprio dovere. Fiske ha sviluppato dei “modelli relazionali”, una teoria comportamentale ampiamente citata che descrive tutte le interazioni umane in uno dei quattro tipi di relazioni semplici. Nel nuovo libro, lui e Rai, sostengono che spesso qualcuno è costretto a commettere un atto violento per un riparare ad una violazione percepita di quelle strutture relazionali. Atti violenti che potrebbero apparire ingiustificati agli estranei, ma che familiari, colleghi ed altri membri della cerchia sociale del colpevole, probabilmente vedrebbero come azioni necessarie, quasi legittime. Un esempio è il mebro di una gang che si vendica per l’attacco a uno dei suoi.

Tutto quello che devi fare è convincere le persone violente che quello che stanno facendo è sbagliato.

Gli autori credono che bisognerebbe capire cosa motivi la violenza. Gli interventi di successo nei casi di abuso coniugale o nelle gang si concentrano sul convincere i responsabili che, al contrario di quello che credono, le loro azioni sono immorali e inaccettabili.