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Il teorema del pappagallo

Il teorema del pappagallo

A proposito, ti ho mai detto che cosa mi aveva attirato verso Pitagora? Il fatto che è stato lui a inventare la parola «amicizia», lo sapevi? Quando gli chiesero che cos’era un amico, lui rispose: «Colui che è l’altro me stesso, come accade ai numeri 220 e 284».

«Mi domando che cosa farebbe lei, senza l’etimologia!» mormorò Lea.
«Amerei di meno le parole.»

«[..] Grosrouvre era arrivato con molto ritardo e la ragazza era spazientita. ‘Che stavi facendo, tesoro?’ ‘Dovevo risolvere un problema di matematica.’ La ragazza aveva scosso la testa in segno di disapprovazione: ‘Non capisco come puoi dedicare tanto tempo a quella roba. In fondo, a che serve la tua matematica?’ Elgar allora l’aveva guardata dritto negli occhi, tanto che lei ne era rimasta turbata, mormorando poi: ‘E l’amore, mia cara, a che serve?’ Quella ragazza non l’abbiamo più rivista.»

Tanto le scienze erano rispettate e coltivate in Grecia, quanto furono trascurate a Roma. In riva al Tevere, l’unica scienza che contasse era l’arte del governo.

«Ogni volta che si parla di equazione, c’è di mezzo l’espressione ‘uguale a’ . Che cosa si farebbe, senza l’uguaglianza? Senza uguaglianza, la matematica non esisterebbe neppure!»
«E neanche la repubblica, signor Ruche!»
«Perchè, questi giovani credono che nella repubblica esista davvero l’uguaglianza?»
«Lasciateci le nostre illusioni. L’uguaglianza delle possibilità vale per coloro che ne hanno, si sa, ma ci si comporta come se esistesse per tutti.»

In matematica, le rivoluzioni non si fanno distruggendo i mondi precedenti, che manterranno sempre la loro legittimità e verità; si fanno costruendo dei nuovi universi che o inglobano i precedenti, o si collocano accanto a essi.

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